Nel lavoro di Rebecca Moccia (Napoli, 1992) convivono vari linguaggi tra cui la fotografia, che utilizza però in modo diverso rispetto all’impiego tradizionale. L’artista non sembra curarsi della funzione informativa e decorativa del mezzo per orientare il suo interesse verso altri aspetti, più legati alla capacità visiva di creare un’atmosfera, di suggerire una percezione emotiva e una riflessione critica, entrando così in relazione con il contesto indagato. È per questa ragione che le immagini che vediamo sono in qualche modo disturbate, a volte poco nitide, come se per accedervi dovessimo metterci in gioco e attraversarle fisicamente.
Il corpus di opere è costituito da immagini fotografiche raccolte nel 2025 durante la residenza di Rebecca Moccia a Peschiera del Garda nelle Tenute di Zenato, realizzate dall’artista o condivise con lei dalle lavoratrici e dai lavoratori, e alternate ad una visita alla vetreria Vetrobalsamo.
L’artista si è interessata ad immagini semplici, operative, circolanti attraverso smartphone o catturate fugacemente, profondamente segnate dalla loro digitalità e, proprio per questo, fortemente materiali, destinate anch’esse a un invecchiamento non diversamente dal vino che matura accanto.
In queste immagini emerge un racconto affettivo e collettivo dei processi materiali legati al lavoro e al luogo, più che una narrazione spettacolare o celebrativa.
Poi incontriamo pagine miniate tratte da antichi libri sulla viticoltura, in altre si apprezzano disegni di attrezzature da cantina, che raccontano strumenti e materialità del lavoro attraverso i secoli. E ancora still tratti dal video Workers’ Sunshine, che ripercorre l’esperienza di chi all’alba si dirige in vigna durante la vendemmia, un possibile momento sottratto alla pura produttività e restituito a una dimensione percettiva e collettiva.