In occasione della 59ª edizione di Vinitaly, Zenato Academy ha presentato “MAYA”, un progetto inedito dell’artista Rebecca Moccia (Napoli, 1992), curato da Luca Panaro, inaugurato all’interno della Fiera vitivinicola domenica 12 aprile.
Le opere, accompagnate da un libro d’artista edito da a+mbookstore di Milano che raccoglie un diario visivo della residenza e i testi del progetto, sono state realizzate dall’artista durante una residenza svoltasi nel settembre 2025 presso le tenute Zenato in Lugana e in Valpolicella. Qui, Moccia ha esplorato il territorio non come scenario iconografico, ma come ecosistema di processi materiali. Il titolo stesso, MAYA, rimanda al vetro nero-ambrato utilizzato per proteggere i vini rossi più pregiati.
Il corpus di opere, composto da 8 elementi si manifesta come un complesso dispositivo visivo e materico, dove la fotografia abbandona la bidimensionalità per farsi scultura e stratigrafia. L’installazione si articola attraverso una ricerca situata: agli scatti di Rebecca Moccia si intrecciano infatti gli "appunti visivi" — frammenti di quotidiano, grandinate, pause pranzo e danze tra i filari — condivisi con lei dai lavoratori dell’azienda. Queste immagini, testimonianze dei processi e delle esperienze del lavoro, vengono sovrapposte da lastre di vetro scuro. Tale supporto, dal profondo tono nero-ambrato, non agisce come una semplice protezione, ma come un filtro fisico e concettuale che scherma la luce e "disturba" la nitidezza, costringendo lo spettatore a una partecipazione fisica attiva.
Alcune fotografie sono incorniciate in acciaio artigianale, come i serbatoi che custodiscono il vino; in altre, immagine e vetro sono semplicemente tenute insieme da ganci metallici. A queste si aggiunge l’installazione video, che riporta direttamente al luogo e all’esperienza concreta del lavoro durante la vendemmia, l’esperienza di chi all’alba si dirige in vigna durante la vendemmia, un possibile momento sottratto alla pura produttività e restituito a una dimensione percettiva e collettiva.
“Ho sentito la necessità di centrare il progetto attorno alla materialità della produzione del vino – spiega Rebecca Moccia - Ho chiesto alle lavoratrici e ai lavoratori di condividere immagini affettive del loro quotidiano — una grandinata, una pausa pranzo, un ballo. Ne è emerso un racconto collettivo fatto di visibilità e invisibilità”.
“Abbiamo scelto Rebecca Moccia per la sua capacità di scardinare l’uso tradizionale e informativo del mezzo fotografico” racconta il curatore Luca Panaro. “La sua ricerca non si ferma alla superficie dell’immagine, ma scava nella materialità del supporto e del contesto indiziato. Moccia trasforma lo scatto in un dispositivo percettivo che dialoga perfettamente con i ‘veli’ e i tempi lenti della produzione vitivinicola, offrendo una visione che non è mai puramente documentaria, ma profondamente emozionale e riflessiva”.